Pietre

Nella serie Pietre, l’atto pittorico di Marco Magnani si confronta con l'invisibile confine tra organico e inorganico. Se nelle Trame il tessuto avvolge la vulnerabilità di un volto vivo, qui fibra e colore, si appoggiano alla fredda staticità della pietra, creando una dialettica tra la morbidezza del decoro e l'eternità della statua. L’artista indaga la memoria della pietra come involucro supremo, un guscio monumentale che trattiene, quasi per inerzia, l'eco di una presenza umana ormai cristallizzata nel tempo.

La materia scultorea, con le sue venature e le sue crepe, diventa il palcoscenico su cui si gioca la tensione tra il peso della storia e la levità del dettaglio tessile o cromatico. L'osservatore si trova di fronte a una natura ambigua: la statua, pur nella sua immobilità minerale, sembra pulsare sotto la protezione della trama, come se il marmo potesse ancora serbare il calore di un respiro passato. È un’indagine sulla persistenza della forma, dove la crepa sulla pietra non è un segno di decadenza, ma una ferita aperta attraverso la quale l’identità del soggetto tenta di emergere dal blocco marmoreo.

Qui, la fibra non è solo un elemento decorativo, ma una membrana che definisce lo spazio e il colore agisce come una temperatura emotiva che satura la superficie. La fibra struttura il rigore, mentre il colore impregna il marmo, trasformando il freddo simulacro in un’icona vibrante, capace di sintetizzare il rigore classico con un’estetica che interroga l'osservatore.

La Pietra porta con sé un’idea di monumento e di durata assoluta. Magnani interviene su questa solidità, portando lo spettatore a interrogarsi sulla fragilità celata dietro la durezza del minerale. Il soggetto non è prigioniero della pietra, ma la abita in un tempo dilatato. Il modulo, la griglia e l'intreccio si innestano su un corpo che non ha più bisogno di respirare, dove la ripetizione seriale trasforma l'emozione in un protocollo collettivo. La statua diventa così un monolite di interrogativi, un portale verso una riflessione sulla solidità dell'emozione quando questa viene sottratta al divenire dell'umano.

L'opera culmina in un silenzio che la statua impone: una mappa ordinata di diverse sfumature di isolamento e bellezza, dove l'effigie rimane testimone di un’umanità che, pur trasformata in pietra, conserva intatta la sua capacità di guardare l’osservatore attraverso il filtro della propria forma immutabile.

Anno di realizzazione: 2026

pietra viva

Olio su tela, 80x120 cm.

Attraverso uno studio profondo ispirato alla maestria scultorea di Coderch & Malavia, l’immobilità della posa si trasforma in una tensione vibrante che sfida il tempo. Partendo dal rigore della forma plastica, l’artista cerca di scioglierne la rigidità: il corpo resta raccolto, quasi trattenuto, ma il colore lo attraversa e lo divide, rendendolo instabile.

In questo equilibrio fragile, il confine tra roccia e pelle svanisce: non è più solo pietra, ma non è ancora completamente carne. Una fusione magnetica tra la solidità della materia e la delicatezza del figurativo che domina lo spazio con grazia e presenza scenica. Presentata con cornice artigianale "floating".